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Jazz americano, jazz europeo e così via. Per me non esistono confini per il jazz e neppure colore. Bianco, nero, giallo. Se un musicista sa suonare, se conosce l'armonia e si esprime con swing, fa del jazz. E lo fa in Africa, in Russia o in America.
(Duke Ellington)

Riflettere, come in uno specchio, la creatività è tutto ciò che può fare un creatore
(Ahmad Jamal)

Sono l'uomo più felice,il più fortunato. E il canto è tutto per me.Non potrei immaginare altra professione. Quando canti sei il padrone del mondo. Se poi hai il background ritmico e orchestrale giusto, e se stai cantando il blues, il blues ti entra dentro, diventa parte di te. E allora non ti senti più il padrone del mondo, ma dell'universo.
(Jimmy Rushing)

Il jazz è americano. Ma la musica non ha patria. E il jazz è musica. Noi suoniamo un tipo di jazz che è in stretti rapporti con la cultura europea. Ma è sempre jazz. Perché il jazz ha regole espressive ben precise da cui non si può derogare.
(Django Reinhradt)

Che c'è di più bello della voce umana. Spesso mi sono chiesto se Armstrong è meglio come trombettista o come vocalist. Con la tromba ha creato il jazz, con la voce gli ha dato l'anima. Lasciateli cantare! Che lo facciano, però, con naturalezza, con genuinità, con feeling, con sincerità.
(Duke Ellington)

Il jazz è ciò che ci permette di evadere dalla quotidianità.
(Stéphane Grappelli)

...oggi che la musica è in crisi gravissima, prigioniera com'è di mode e ripetitività, il jazz è la salvezza: è l'unico genere musicale considerato da chi lo pratica non un mezzo ma un fine, non un lasciapassare verso il successo e la ricchezza, ma un piacere a sé stante
(Gino Paoli)

Il miglior jazz è stato fin dal principio ed è ancora oggi, un riflesso della situazione dei negri americani e delle loro idee su se stessi e sul mondo intorno a loro.
(LeRoi Jones)

Nella musica io cerco soprattutto logica e sentimento. E un musicista poco intelligente non riuscirà mai a esprimere contemporaneamente (o anche separatamente)questi due indispensabili ingredienti jazzistici.
(Lennie Tristano)

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mercoledì, 02 dicembre 2009

Il Jazz Vocale al maschile

Questa nuova playlist, per par condicio, viene dedicata ad alcune delle voci più interessanti del panorama vocale maschile. Per migliorarne la fruibilità rispetto ai precedenti post ho preferito inserire i brani ad uno a uno, in modo che possano essere ascoltati senza necessariamente downloadarli.

Giusto 50 anni fa, nell'autunno del 1959, ebbi l'occasione di ascoltare al Teatro Alfieri di Torino un concerto di Jimmy Rushing (1901-1972), in tournée in Europa, accompagnato da un gruppo di ex componenti della Big Band di Count Basie, guidati da Buck Clayton. Era la prima volta che ascoltavo dal vivo un vero cantante jazz. Quel signore quasi sessantenne, basso e grasso, detto anche, scherzosamente, “Mr. Five by Five” (ovvero “5 piedi d'altezza per 5 piedi di larghezza”, più largo che lungo), emanava una vitalità musicale straordinaria, e sfoderava una voce prorompente piena di energia e di ritmo che mi affascinò particolarmente e stimolò il mio, tuttora esistente, interesse per il canto jazz ed in suo omaggio ho aperto con un suo brano: Am I Blue accompagnato dal quartetto di Earl Hines con al sax uno strepitoso Budd Johnson.

 




Non si può parlare di canto jazz senza chiamare in causa colui che è considerato universalmente il più grande, l'inventore del canto jazz: Louis Armstrong (1901-1971).



Dalla sua sterminata discografia ho tratto una versione di Solitude in cui è accompagnato al piano da Duke Ellington.






Passando ad una generazione successiva troviamo Bill Henderson (1930), talentuoso e versatile artista, cantante, attore che, alla fine degli anni '50, si dedicava all'hard-bop, realizzando diversi album interessanti.


Il brano proposto è una eccellente versione vocale di Moanin', composto dal pianista Bobby Timmons per i Jazz Messengers di Art Blakey e divenuto una sorta di inno di quell'epoca. Accompagnano Henderson, fra gli altri, Booker Little alla tromba e Yusef Lateef al sax.




Altrettanto interessante, anche se differente, è l'apporto dei cantanti bianchi al jazz. Fra questi spicca in assoluto “The VoiceFrank Sinatra (1915-1998), che pur avendo esordito con Harry James e Tommy Dorsey, di fatto, raggiunto il successo, non è mai stato considerato un “jazzista”.


Tuttavia le sue straordinarie capacità vocali, la sua versatilità, il suo rapporto con i testi, non disgiunto dal suo interesse per il jazz (adorava Billie Holiday, divenuta per lui una specie di modello) lo hanno spinto a collaborare con grandi maestri del calibro di Count Basie, Woody Herman, Duke Ellington realizzando storici albums. Da quello con Ellington è tratta la splendida versione di Sunny.




Agli antipodi di Sinatra per capacità vocali, ma non per estro artistico, si colloca, a mio avviso, Bob Dorough (1923), stravagante, estroverso, ironico poeta, pianista e cantante,


a metà strada fra l'esistenzialismo e la beat generation, fu anche uno degli antesignani del “vocalese” e nel 1956 realizzò una versione di Yardbird Suite che resta uno dei classici del Be-bop.




Coetaneo di Sinatra e suo “black” alter-ego è stato Billy Eckstine (1914-1993), detto anche “the sepia Sinatra”, che nei primi anni '50 rivaleggiò con lui in popolarità. Nato come trombonista e band leader, la sua orchestra fu la fucina del bebop da cui uscirono Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Sarah Vaughan e molti altri, con la crisi delle big band si dedicò esclusivamente al canto, diventando l'artista di colore più popolare di quegli anni.



Qui lo ascoltiamo in una versione di How High the Moon, del 1953, accompagnato dalla Metronome All Stars, comprendente fra gli altri Lester Young, Roy Eldridge, Teddy Wilson ecc..






Altra interessante figura del periodo, coetaneo dei suddetti due, ma molto meno popolare fu Matt Dennis (1914-2002), noto più come compositore che come cantante, in quanto autore della musica di famosi successi di Frank Sinatra, Bing Crosby, Billie Holiday, ecc.. Sue sono Angel Eyes (testo di Earl Brent), Everything Happens to Me e Violet for Your Furs (testi di Tom Adair) e molte altre.


Come molti autori a un certo punto della carriera decise non solo di scrivere, ma anche di cantare accompagnandosi al piano, rivelandosi un interprete sensibile dal fraseggio morbido, raffinato che si apprezza al meglio quando esegue le sue composizioni, come si può appurare nella sua versione di Angel Eyes, il suo capolavoro.




Un altro cantante popolarissimo, italo-americano come Sinatra, che ha avuto eccellenti rapporti con il jazz, pur non essendo un “jazzista”, è Tony Bennett (1926), che ha collaborato spesso con jazzisti di fama, ricordo, fra gli altri, i due bellissimi albums realizzati con Bill Evans.


Qui lo possiamo ascoltare in un'ottima versione di Just Friends del 1964, accompagnato da un quartetto stellare: Stan Getz, Herbie Hancock, Ron Carter ed Elvin Jones.





Coetaneo “black” di Bennett è Ernie Andrews (1927), originario di Philadelpia, ma cresciuto ed affermatosi a Los Angeles, con un repertorio eclettico che va dal jazz, al pop e al R&B, collaborando con molti jazzisti di fama da Benny Carter a Harry James.


Qui lo ascoltiamo in Don't Be Afraid of Love tratto da un'esibizione Live del 1964 con il quintetto di Cannonball Adderley, comprendente fra gli altri Joe Zawinul al piano.





Di qualche anno più giovane ed altrettanto popolare è stato Lou Raws (1935-2006), non solo cantante, ma attore, doppiatore, star televisiva, molto apprezzato da Sinatra, secondo cui aveva: «il canto più di classe ed uno dei timbri più vellutati del mondo della musica».


Qui lo ascoltiamo in un Willow Weep for Me tratto dal suo album di esordio del 1962, accompagnato dal trio di Les McCann
.





Con il prossimo post proseguiremo l'escursus cercando di ampliare la selezione il più possibile.


lunedì, 23 novembre 2009

Il canto jazz coniugato al femminile – parte II

In questa seconda selezione di canto jazz al femminile ho ampliato il panorama, spaziando anche verso aree più esotiche, in un lasso di tempo che va dai primi anni '50 ad oggi.

    YOUNG GIRLS & OLD LADIES part 2

singing and playing

JAZZ

selected by Jazzfan37



01. Caterina Valente – I'll Remember April (da “Chet Baker & Lars Gullin quint.  Live in Stuttgart” 1955)
02. Shirley Horn – Lonely Town (da “ Charlie Haden [Quartet West] - The Art of Song ” 1999)
03. Ruth Brown – You Won't Let Me Go (da “Fine Brown Frame” con Thad Jones & Mel Lewis orch. 1968)
04. Ella Fitzgerald – Black Coffee (da “The Intimate Ella”  1960)
05. Renee Olstead – Someone to Watch Over Me (da “Renee Olstead” con Chris Botti 2005)
06. Cleo Laine – Skylark (da “Sometimes When We Touch” con James Galway 1991)
07. Sophie Milman – Love for Sale (da “ Take Love Easy” 2009)
08. Sue Matthews – I Love Beeing Here with You (da “When You're Around” 1993)
09. Jacintha – Smile (da “Lush Life” 2001)
10. Ruth Cameron – One for My Baby (da “Roadhouse” con Charlie Haden 2000)
11. Cinzia Roncelli – Moon River ( da “My Shining Hour” con Francesco Cafiso 2009)
12. Patrizia Conte – I'm Glad There's You  (da “Steppin' Out” con Gianni Basso & Andrea Pozza 2005)
13. Lilian Terry – Body and Soul (da “JOo-Shoo-Be-Doo-Be... Oo, Oo” con Dizzy Gillespie 1985)
14. Kathleen Battle – My Favorite Things (da “Tenderness” con Al Jarreau 1994)
15. Grazyna Auguscik – Don't Explain (da “The Light” 2005)
16. Jeanne Lee – Goodbye Pork-Pie Hat (da “After Hours” con Mal Waldron 1984)
17. Shirley Bassey – The Look of Love (da “Love Songs” 1971)
18. Tiziana Ghiglioni – Lonely Woman (da “Lonely Woman” con Larry Nocella 1981)
19. Orna – The Very Thought of You (da “The Very Thought of You” 2003)
20. Helen Merrill – Everythings Happen to Me (da “Jazz in Italy vol. 2” con Renato Sellani 1960)


download

Si inizia con una giovane ed ancora poco nota
Caterina Valente, che si esibisce in una interessante versione scat di un noto standard, accompagnata da Chet Baker alla tromba e Lars Gullin al sax baritono. Vi sono poi alcune grandi stars, come Ella Fitzgerald in una sommessa e languida interpretazione di Black Coffee, standard lanciato nel 1949 da Sarah Vaughan, o come Ruth Brown (1928-2008), una delle grandi interpreti del R&B, qui in veste di jazz-singer  accompagnata da una Big Band di tutto rispetto come quella di Thad Jones e Mel Lewis, o ancora la britannica di colore, Cleo Laine (1928), una delle voci più significative del panorama jazzistico inglese, ancora oggi sulla breccia, qui in una toccante versione di un famoso standard di Hoagy Carmichael e Johnny Mercer. Possiamo ascoltare anche la prorompente Shirley Bassey in un classico di Burt Bacharach, la musa del free-jazz Jeanne Lee, accompagnata da Mal Waldron in un noto brano di Charlie Mingus, la meno nota Sue Matthews in una cover del successo di Peggy Lee I Love Beeing Here with You e la raffinata Helen Merrill colta in uno dei suoi soggiorni italiani, acompagnata al piano da Renato Sellani, con sullo sfondo, appena percettibile, il sax di Gianni Basso e ancora la nostra Tiziana Ghiglioni nel brano che dava il titolo al suo disco di esordio.
Fra gli accompagnatori, di notevole interesse,
troviamo per ben due volte Charlie Haden con il suo quartetto sia con Shirley Horn in un austero Lonely Town, sia con la consorte Ruth Brown in una pensosa lettura di un altro noto standard di Johnny Mercer e Harold Arlen: One for My Baby.
Interessante anche la presenza di Dizzy Gillespie che accompagna Lilian Terry in una raffinata versione del classico Body and Soul. Troviamo anche quel fenomeno vocale di Al Jarreau con il grande soprano lirico Kathleen Battle in una funambolica esecuzione di My Favorite Things di coltraniana memoria (l'assolo al sax è di Michael Brecker).
Interessanti anche le due brave jazz-singers italiane: Patrizia Conte accompagnata da Gianni Basso e Andrea Pozza e l'esordiente Cinzia Roncelli qui con Francesco Cafiso.
Un cenno particolare merita una voce che ho scoperto solo di recente: Jacintha Abisheganaden (in arte solo Jacintha), di Singapore, non più giovanissima, è del 1957, che pur  non essendo una cantante professionista, in quanto si occupa principalmente di teatro, ha realizzato diversi album di jazz, tutti molto ben accolti dalla critica, ma poco diffusi in occidente.
Infine alcune artiste meno note da noi, ma molto interessanti: dalla polacca Grazyna Auguscik, alla texana Renee Olstead, già bambina prodigio della TV e oggi gradevole jazz-vocalist, alla sudafricana Orna, trasferitasi negli USA ed infine alla russa di nascita
Sophie Milman, cresciuta in Israele  e poi emigrata in Canada, dove, sia per le qualità canore sia per l'avvenenza, viene considerata l'erede di Diana Krall.
Non mi resta che augurarvi buon ascolto, in attesa di proseguire con altre interessanti proposte.

 


postato da: jazzfan37 alle ore 14:18 | link | commenti
categorie: vocal
giovedì, 29 ottobre 2009

Phil Woods European Rhythm Machine: Live at Montreux 1972 (Pierre Cardin ILS 9024)




A1. The Executive Suite

B1. Falling

B2. It Does Not Really Matter Who You Are

 

Phil Woods: sax alto

Gordon Beck: piano acustico, piano elettrico

Ron Mattewson: basso acustico

Daniel Humair. batteria

download


Questo disco costituisce una vera rarità sia per la casa discografica che lo produsse, sia per la musica, mai ripubblicata in CD.

All'inizio degli anni '70, lo stilista italo-francese Pierre Cardin, grande appassionato di musica, fondò una casa discografica a suo nome, che ebbe vita brevissima e che si distingueva per la veste grafica particolarmente elegante, disegnata da lui stesso.


Nel breve periodo di attività pubblicò diversi dischi, non solo di jazz, fra i quali anche l'edizione francese del Concerto Grosso dei New Trolls.

Di particolare interesse le registrazioni effettuate durante il Festival del Jazz di Montreux del 1972 dei concerti di Jean-Luc Ponty, del Lubat, Louis e Engel Group, oltre a questo dell'European Rhythm Machine di Phil Woods, che all'epoca venne salutato come un capolavoro.

Il critico britannico David Waddington, su Musica Jazz definì questo album «un saggio titanico d'improvvisazione fluida e mozzafiato». Il lato A del disco con i coinvolgenti venticinque minuti dell' Executive Suite venne anche descritto dai critici Brian Case e Stan Britt, nella loro Illustrated Encyclopedia of Jazz: «un tour de force del sax contralto, con sequenze senza accompagnamento in cui Woods da sfogo alla sua straordinaria maestria strumentale dall'urlante estremo acuto al gemebondo estremo grave dello strumento».

In Inghilterra l'album venne pubblicato dalla Verve, su concessione dell'editore francese, con una differente veste grafica.


A distanza di ormai quasi quarant'anni il disco mantiene la sua validità e rappresenta una straordinaria testimonianza della tendenza evolutiva del jazz di quegli anni. Un grande ammiratore italiano di Woods, Paolo Piangiarelli, il quale all'artista ha addirittura dedicato la sua casa discografica, la Philology, che da oltre 20 anni è una delle più prolifiche e autorevoli etichette italiane di jazz,


in una intervista rilasciata sul blog Jazz from Italy, dell'amico Roberto Arcuri, a proposito di quell'esperienza ha detto: «Andatevi a sentire il periodo dell'European Rhythm Machine, quello non era un emulo di nessuno, quello era un musicista meraviglioso, super, che è rimasto tale».

Adesso a voi il giudizio.



 


 


 

 


postato da: jazzfan37 alle ore 11:40 | link | commenti (1)
categorie: sassofono nel jazz, phil woods, phil woods
mercoledì, 21 ottobre 2009

Il canto jazz coniugato al femminile

Già in altre occasioni ho accennato al mio interesse particolare per la voce nel jazz. Questo interesse mi ha portato col tempo ad accumulare un'enorme quantità di dischi di vocalists di ogni tipo, spaziando dagli albori del jazz ai giorni nostri e, a conti fatti, la parte maggiore è costituita da album di donne.

Quest'estate ho trascorso molte delle mie serate in terrazza ad ascoltare o riascoltare, più o meno casualmente, diversi di questi dischi e in tale occasione ho pensato di ottimizzare quegli ascolti, realizzando delle specie di playlists, cosa oggi molto in voga, da condividere con gli amici.

    YOUNG GIRLS & OLD LADIES

singing and playing

JAZZ

selected by Jazzfan37

 



 

01. Roberta Flack – Angel Eyes (da “Roberta” 1994)
02. Samina – Dream of You (da “How I Feel” 2005)
03. Rosemary Clooney – Apris in Paris (da “Rosie Solves the Swinging Riddle” 1961)
04. Rita Reys – Moonglow (da “Jazz Sir, That's Our Baby” con Dutch Swing College Band 1963)
05. Roberta Gambarini – That Old Black Magic (da “So in Love” 2009)
06. Sandra Brooker – Indian Summer (da “Very Early” 1994)
07. Sara Lazarus – September Song (da “ Give Me the Simple Life” con Bireli Lagrene 2004)
08. Mina – One for My Baby (da “L'Allieva” con Danilo Rea quart. 2005)
09. Billie Holiday – Speak Low ( da “All or Nothing at All” 1952)
10. Salena Jones – Solitude (da “Alone & Together” 2002)
11. Nina Simone – Mood Indigo ( da “Jazz as Played in an Exclusive Side Street Club” 1958)
12. Rigmor Gustafsson – Never Fall in Love Again (da “Close to You” con Jacky Terrasson trio 2004)
13. Rossana Casale – How Long Has This Been Going On (da “Jazz in Me” con Riccardo Zegna trio 1994)
14. Ruth Young – The Thrill is Gone (da “This Always” 2005)
15. Anita O'Day – Old Devil Moon (da “Sings the Most” con Oscar Peterson quartet 1957)
16. Betty Roché – A Foggy Day (da “Singin' & Swingin'” con Jimmy Forrest Combo 1960)
17. Sarah Vaughan – 'Round Midnight (da “Embraceable You” 1973)
18. Qeen Latifah – Trav'lin' Light (da “Trav'lin' Light” 2007)
19. Sheila Jordan – Willow Weep for Me (da “Portrait of Sheila” 1962)
20. Meredith D'Ambrosio – Giant Steps (da “It's Your Dance” 1985)

download


Questa prima selezione, alla quale mi riprometto di farne seguire altre, spazia, casualmente, dai primi anni '50 ai giorni nostri e vede la presenza di “mostri sacri” (Billie Holiday, Sarah Vaughan, Nina Simone ecc..) e di giovani cantanti emergenti o pressoché sconosciute, almeno in Italia. La scelta delle canzoni ha privilegiato gli standards, fruibili da una più ampia platea, evitando però, per le cantanti più famose, i brani più frequenti nel loro repertorio.

 

Per Lady Day ho scelto un brano inconsueto, di cui esiste solo questa registrazione, Nina Simone invece la ascoltiamo in un brano tratto dal suo album di esordio del 1957. Anche il 'Round Midnight della Vaughan è un unicum registrato nel 1973 a Tokio. Notevoli anche le esecuzioni di Rosemary Clooney, Sheila Jordan, Anita O'Day, Betty Roché e Meredith D'Ambrosio.

Ho inserito anche alcune pop singers, che casualmente si cimentano, in maniera eccellente, con standards jazzistici, come Roberta Flack o Queen Latifah, che addirittura nasce come rapper, ed anche alcune italiane: Mina che affronta un classico di Arlen e Mercer, accompagnata dal quartetto di Danilo Rea, Rossana Casale in un brano tratto dal un suo vecchio album Jazz in Me, acompagnata dal trio di Riccardo Zegna e la giovane Roberta Gambarini, musicalmente cresciuta negli USA, in un brano tratto dal suo ultimo album che vede la presenza di jazzisti del livello di James Moody e Roy Hargove. Vi è poi l'olandese Rita Reys (1924) negli anni '60 definita Europe's First Lady of Jazz, in un Moonglow, accompagnata dal famoso gruppo, suo conterraneo, i Dutch Swing College Band, che ricorda molto Benny Goodman.

Di particolare interesse una “matura” esordiente, quella Ruth Young, che nella seconda metà degli anni '70 si accompagnava a Chet Baker, con cui aveva inciso anche un paio di brani in duo1, e che nel 2005 ha pubblicato un album di standards da cui è tratto il brano con atmosfere bakeriane qui presentato. I fans di Baker la ricorderanno nel famoso film Let Get Lost in cui compare accanto a Chet.

Infine diverse giovani che si stanno affermando come la statunitense Sara Lazarus che si esibisce prevalentemente in Francia e collabora con Biréli Lagrène ed il suo Gipsy Project, con cui ha già realizzato due dischi, o la svedese Rigmon Gustafsson che collabora con il pianista parigino Jacky Terrasson, l'affascinante e sensuale Samina, giovane canadese di origini arabe, e le interessanti Sandra Brooker e Salena Jones.



 

Si tratta solo di un excursus sul vasto panorama di vocalists che affollano il mercato discografico di questi ultimi anni che spero di ampliare in successivi post.

Buon ascolto!




 

1L'11 marzo 1977 di passaggio a Milano, Chet incise alcuni brani con un gruppo comprendente fra gli altri Gianni Basso e si portò dietro la giovane compagna con la quale cantò due brani Autumn Leaves e Whatever Possessed Me. La seduta venne pubblicata nell'LP The Incredible Chet Baker plays and sings (Carosello CLN 25075).


 



postato da: jazzfan37 alle ore 09:22 | link | commenti (4)
categorie:
martedì, 13 ottobre 2009

Chet Baker: I Get Chet (1955-56)

Dopo una lunga pausa, dovuta a problemi vari, riprendo l'attività di recupero dei vecchi album meritevoli di essere segnalati per il loro interesse o per la loro particolare rarità e riparto da dove eravamo rimasti ossia da Chet Baker.

Come già ricordato nel post precedente Chet venne in Europa per la prima volta nel 1955-56 e vi si fermò per circa sei mesi esibendosi in Francia, Germania, Danimarca ed Italia. In Francia, in particolare, venne reclutato dalla casa discografica Barclay per una serie d'incisioni che vennero pubblicate, a singhiozzo, in svariati album ,che fanno impazzire i collezionisti.

Ultimamente ho ritrovato fra i miei vecchi dischi uno di quei preziosi “pezzi rari” acquistato tanti anni fa a Londra e, credo, mai pubblicato in Italia in questa veste.



Chet Baker with Bobby Jaspar: GET IT CHET (Felsted records PDL 85036)

Side A
  1. How About You? (*)

  2. Once in a While (**)

  3. Chekeetah (*)

  4. Alone Together (**)

  5. Chet (#)


Side B

  1. Dinah (#)

  2. Tasty Pudding (##)

  3. Anticipated Blues (##)

  4. V-Line (+)

  5. Exitus (*)


(#) Chet Baker Octet
Chet Baker (tp) Benny Vasseur (tb) Jean Aldegon (as) Armand Migiani (ts) William Boucaya (bars) Rene Urtreger (p) Jimmy Bond (b) Nils-Bertil Dahlander (d)
Parigi, 25 Ottobre, 1955
(**) Chet Baker Quartet
Chet Baker (tp) Raymond Fol (p) Benoit Quersin (b) Jean-Louis Viale (d)
Parigi, 28 Novembre, 1955
(*) Chet Baker Quintet
Chet Baker (tp) Bobby Jaspar (ts) Rene Urtreger (p) Benoit Quersin (b) Jean-Louis Viale (d)
Parigi, 26 Dicembre, 1955
(##) Chet Baker Quintet

Chet Baker (tp) Jean-Louis Chautemps (ts) Francy Boland (p) Eddie De Haas (b)
Charles Saudrais (d)
Parigi, 10 Febbraio, 1956

(+) Chet Baker Octet (stessa formazione del 25 ottobre 1955)
Parigi, 15 marzo, 1956

A parte la rarità in sé, questo disco presenta alcuni altri aspetti interessanti. Innanzitutto i brani incisi il 25 ottobre sono i primi che Chet realizza dopo la scomparsa del pianista Dick Twardzik, che era venuto in Europa con lui e che il 21 ottobre era morto per overdose.

Nella copertina viene evidenziata in particolare la presenza del sassofonista e polistrumentista belga Bobby Jaspar (1926 – 1963) all'epoca molto noto in Francia, anche come marito della cantante americana stabilitasi a Parigi, Blossom Dearie. In realtà la loro collaborazione in quell'anno si limitò a quei tre brani registrati il 26 dicembre. I due non si rincrociarono più fino al 1962, quando Chet poco dopo essere stato scarcerato, il 5 gennaio entrò in sala d'incisione per realizzare lo storico Chet Is Back. Jaspar, trovandosi in tournée in Italia, era uno dei componenti del quartetto che venne messo insieme dalla RCA per accompagnarlo.
Chi fosse interessato a gustare questa chicca può scaricare i due file sottostanti che contengono le due facciate dell'LP.

LATO A

 

LATO B

postato da: jazzfan37 alle ore 16:00 | link | commenti (4)
categorie: chet baker, tromba nel jazz, bobby jaspar, bobby jaspar
domenica, 30 agosto 2009

Chet Baker: due dischi “italiani”

Sono ormai trascorsi più di ventun anni dal tragico e misterioso incidente che il 13 maggio 1988, ad Amsterdam, provocò la morte di Chet Baker, tuttavia il ricordo di questo straordinario artista resta indelebile nel cuore di coloro che hanno amato la sua musica, la sua voce morbida, diafana, la sua concezione poetica del jazz.

In questo blog negli anni scorsi gli ho già dedicato alcune pagine, ma oggi, continuando nel percorso estivo di recupero e segnalazione di miei vecchi vinile, voglio ricordare un paio di dischi riascoltati negli ultimi giorni, usciti giusto vent'anni fa, nel 1989, più o meno in occasione del primo anniversario della tragica scomparsa del trombettista.

Tra l'altro, casualmente, si tratta delle prime e delle ultime registrazioni effettuate in studio in Italia.

Partiamo dal più recente: Silence pubblicato postumo nel 1989 dall'italiana Soul Note (LP 121 172-2) e registrato  a Roma l'11 e 12 novembre 1987, pochi mesi prima della sua scomparsa.

 

 

 A1 Visa (C. Parker)

 A2 Silence (C. Haden)

 A3 Echi (E. Pieranunzi)

 B1 My Funny Valentine (Rogers - Hart)

 B2 'Round Midnight (T. Monk)

 B3 Conception (G. Shearing)


This album is dedicated to Chet Baker. His perfect ear and beautiful sound will be missed by all us.

 

L'album, pur essendo uscito a nome di Charlie Haden, è dedicato a Chet ed in realtà egli ne è il principale protagonista, sia pure accompagnato da tre altrettanto importanti musicisti: Haden al basso, il nostro Enrico Pieranunzi al piano e il grande Billy Higgins alla batteria.

 

Questo disco è certamente uno dei migliori realizzati da Chet negli ultimi anni di vita, caratterizzati da una frenetica produzione, quasi tutta “live” e non sempre di elevata qualità, ma essenzialmente legata alle continue necessità economiche dell'artista, dovute all'uso della droga.

La straordinaria qualità dei suoi accompagnatori lo stimola e lo aiuta a dare il meglio di sé, nonostante le sue condizioni fisiche sempre più precarie ne riducano le qualità tecniche, compensate da ricchezza poetica e partecipazione emotiva.

Il lato A ci offre due eccellenti brani composti per l'occasione: lo struggente Silence, che da il titolo all'album, composto da Charlie Haden ed il brillante Echi di Enrico Pieranunzi, oltre al recupero di un poco noto brano di Charlie Parker: Visa, da lui inciso nel 1949 e mai più ripreso, almeno in disco.

Il lato B, invece, è dedicato agli standards, con l'immancabile My Funny Valentine, eseguita ad un ritmo insolito, con un lunghissimo 'Round Midnight che consente a tutti e quattro i membri del gruppo di esibirsi in pregevoli assolo ed in chiusura Conception, il brano di George Shearing, reso celebre dall'interpretazione di Miles Davis.

Un disco che non può mancare in una ideale discografia del trombettista.

Con il prossimo disco, invece, torniamo indietro di 50 anni, al 1959. Si tratta di Chet Baker in Milan (JAZZLAND JLP 18) una riedizione statunitense del 1989, di alcune incisioni realizzate allora per la casa discografica italiana Celson. Gli otto brani contenuti in questo LP vennero all'epoca pubblicati anche in due 45 gr. EXP, oggi introvabili.

 

 

 A1 Lady Bird (C. Parker)

 A2 Cheryl Blues (C. Parker)

 A3 Tune Up (M. Davis)

 A4 Line for Lyons (G. Mulligan)

 B1 Pent Up House (S. Rollins)

 B2 Looking for the Silver Lining (J. Kern)

 B3 Indian Summer (H. Dubin)

 B4 My Old Flame (Coslow, Johnston)

 

All'epoca Chet era popolarissimo, e tornava in Italia per la seconda volta. Il nostro paese era una delle sue mete preferite, in quanto vi si sentiva ammirato e accolto con affetto dal pubblico e dai colleghi. Gli echi dei suoi successi californiani con Gerry Mulligan erano ancora vivi.

La volta precedente, nel 1955-56, pur essendosi fermato in Italia per alcuni mesi, suonando in diverse città, dove i suoi concerti vennero spesso registrati dal vivo, non era mai entrato in uno studio di registrazione. Questa volta invece due intraprendenti discografici italiani, i fratelli Guntler, pensarono di proporgli alcune sedute affiancandogli alcuni dei migliori jazzisti italiani dell'epoca. Questa fu anche la sua prima seduta d'incisione europea.

L'intera serie è stata ripubblicata in CD: The Complete Chet Baker 1959 Milan Sessions (King Jazz 185)

Questo LP contiene solo una parte di quelle incisioni, quelle con Gianni Basso: sax tenore, Glauco Masetti: sax alto, Franco Cerri: basso, Renato Sellani: piano e Gene Vincent: batteria.

Quell'esperienza fu molto importante per i nostri musicisti. Gianni Basso ricorda così quei giorni:

«Tutti noi eravamo dei fan di Chet e fu un onore fare una session con lui, il problema è che era un tipo assolutamente imprevedibile: la sera preparava dei pezzi e il giorno dopo arrivava in studio con una scaletta da registrare completamente diversa, in cui magari c' erano brani di Charlie Parker, Miles Davis e del suo amico Gerry Mulligan. E noi dovevamo stargli dietro. Fu una bella palestra», (La Repubblica, 13 agosto 2008).

Il Chet Baker che si ascolta in questi brani è molto diverso. Qui aveva quasi 30 anni di meno e la brillantezza del suono non era ancora offuscata dalle future traversie fisiche e morali.

I primi 6 brani in sestetto sono pieni di verve e ci riportano ai fasti del bop e del jazz californiano e l'apporto dei colleghi italiani non fa rimpiangere i migliori specialisti d'oltreoceano.

Negli ultimi due brani, invece, Chet ci regala, accompagnato dalla sola ritmica, due splendide ballads, interpretate da par suo.

Per avere un'idea di cosa stò parlando ascoltate i due brani seguenti: nel primo il sestetto esegue il noto brano di C. Parker e nel secondo possiamo goderci la splendida ballad Indian Summer

 

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Concludo riportando il lusinghiero giudizio sui musicisti italiani in questo disco, espresso da un critico statunitense in una recensione dell'epoca:

«Se l'adagio che la musica è un linguaggio universale non fosse mai stato provato prima, qui, con certezza, diventa ovvio. I musicisti italiani mostrano piena familiarità con una forma d'arte decisamente americana come il jazz, al punto che gli assolo dei sassofonisti sono spesso più fluidi di quelli dello stesso Chet. Il fatto che i nomi di questi musicisti non siano noti non deve dissuadere gli amanti del jazz californiano dall'acquistare una copia di Chet Baker in Milan».

Che dire di più!!


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categorie: chet baker
giovedì, 20 agosto 2009

John Coltrane: Transition (Impulse AS 9195 1970 postumo)

Continuando nell'esercizio estivo di recuperare vecchi vinile che da anni giacciono inascoltati, oggi ho scelto di dedicare questa pagina ad uno dei più grandi protagonisti del jazz moderno: John Coltrane (1926 – 1967).

L'album è Transition (LP – IMPULSE AS 9195), pubblicato postumo nel 1970, che ha più di un motivo per essere ricordato.

 

 

A1 - Transition

 A2 - Dear Lord

 B1 - Suite (Prayer and Meditation: Day / Pace and After / Prayer and Meditation: Evening / Prayer and Meditation: 4 a.m.)


Prodotto dalla vedova Alice Coltrane, è stato realizzato mettendo insieme alcuni brani tratti da due sedute di registrazione con il quartetto (McCoy Tyner: piano, Jimmy Garrison: basso, Elvin Jones: batteria), effettuate nel 1965, a circa 15 giorni di distanza l'una dall'altra: il 26 maggio per Dear Lord e il 10 giugno per gli altri due brani.

Già il titolo in sé: Transition è quanto mai sintomatico per il periodo in cui le incisioni sono state realizzate, infatti, temporalmente, si collocano fra le vette espressive del lirismo mistico di A Love Supreme, registrato nel dicembre 1964, e la frenesia caotica, allucinante, orgiastica di Ascension, inciso il 26 giugno successivo, e segnano la conclusione di un ciclo, quello imperniato prevalentemente sull'opera concreta ed intensa del quartetto e l'apertura di un nuovo, discusso, itinerario, più sperimentale ed enigmatico, che caratterizzerà la parte finale della sua carriera, purtroppo estremamente breve. Appena due anni dopo queste incisioni, il 17 luglio 1967 morirà per un tumore allo stomaco, un paio di mesi prima di compiere 41 anni.

Vi è poi una particolarità, anzi una curiosità da collezionisti. Questo LP non è stato ripubblicato in CD con la stessa composizione di brani, infatti il brano Dear Lord, che si può ascoltare qui sotto, non venne riproposta nell'album pubblicato nel 1993, e venne sostituita con due brani dello stesso periodo, già inclusi nell'album Kulu Se Mama. Il primo Welcome, sempre del quartetto, tratto dalla stessa seduta di Transition, e il secondo Virgil, del 16 giugno con un gruppo comprendente Alice Coltrane al posto di Tyner.

 


 

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Infine una considerazione di carattere personale, che non troverà tutti d'accordo: a mio avviso le incisioni di questo LP sono le ultime cose ascoltabili del sassofonista. Il suo passaggio al free-jazz, repentino e tardivo, fu oggetto di accesi dibattiti, fra chi riteneva quella scelta “affascinante” (Pino Candini: Musica Jazz) e chi addirittura la definiva “non-jazz” (John Tynan: Down Beat).

Dopo 40 anni, quando ormai il free-jazz è morto e sepolto e, tranne qualche irriducibile nostalgico, non interessa più a nessuno, penso sia interessante rileggere cosa diceva su ciò l'autorevole critico newyorkese Ira Gitler, quello che per la musica di Coltrane aveva coniato la famosa espressione Sheets of Sound (Cortine di suono).

Egli celebrando il ventennale della scomparsa di Coltrane scriveva: «[...] fui disturbato dal crescente uso del rumore, che prendeva il posto dell'improvvisazione jazzistica, melodica e lineare. Quando Trane cominciò a circondarsi di talenti che reputavo inferiori a lui, a incoraggiarli, a permetter loro di influenzare la sua musica, non riuscii più a capire cosa stesse facendo. Ho sempre rispettato la sincerità della sua estenuante ricerca verso nuove strade espressive, del suo incessante scavo nell'anima, ma pensavo che fosse diventato fanatico al punto da perdere il contatto con le verità musicali che costituivano l'essenza del jazz e che, per quel che mi riguarda, la costituiscono ancora» (Musica Jazz, giugno 1987, p. 23).


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categorie: john coltrane
giovedì, 13 agosto 2009

“Out Front” testamento artistico di Booker Little (1938-1961)

Oggi voglio segnalare un disco particolare, ritrovato fra i vecchi LP qui al mare, inciso quasi 50 anni fa da un giovane musicista: Booker Little, morto a soli 23 anni quando il suo talento stava prepotentemente emergendo.

Il disco si intitola Out Front (Candid CM 8027, 1961) e rappresenta il suo capolavoro ed anche il suo testamento artistico, infatti in quello stesso anno morirà per uremia, malattia all'epoca fatale e oggi curabilissima.

Nato a Memphis (TN) nel 1938, iniziò a suonare giovanissimo. Trasferitosi a Chicago venne notato da Sonny Rollins, che lo segnalò a Max Roach, il quale dopo la morte di Clifford Brown non aveva ancora trovato una tromba che lo soddisfacesse. Il connubio si rivelò subito felice e produsse numerose incisioni. La collaborazione e l'amicizia fra i due si mantennero solide fino alla prematura scomparsa del trombettista.

Il video che propongo di seguito, girato nel 1958, ai primordi della loro collaborazione, ci dà già un'idea delle qualità di questo giovane trombettista appena ventenne.


 

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In quei pochi anni di attività Booker ebbe modo di mettersi subito in luce, di collaborare con molti altri artisti, fra i quali Eric Dolphy e John Coltrane, e di prender parte alla realizzazione di alcuni dischi che sono entrati a far parte della storia del jazz.

 

Max Roach We Insist! Freedom Now Suite (Candid 1960) con Coleman Hawkins e Abbey Lincoln

 

Abbey Lincon (all'epoca moglie di Roach) Straight Ahead (Candid 1961) sempre con Roach e Hawkins e con Eric Dolphy

 


 

Max Roach orchestra Percussion Bitter Sweet ( Impulse 1961) con Dolphy, Clifford Jordan, Mal Waldron ecc.

 



Eric Dolphy Far Cry (Prestige1960) con Jaki Byrd



Eric Dolphy At the Five Spot (Prestige 1961)

 

John Coltrane orchestra Africa /Brass (Impulse 1961) ancora con Dolphy

 

Solo per ricordarne alcuni.

Booker era consapevole della gravità della sua malattia e, forse, questa attività così intensa, quasi frenetica, era un tentativo di esorcizzare la fine incombente.

La produzione discografica come leader, invece, fu limitatissima, e Out Front pur essendo il quarto disco a suo nome è, in realtà, la sua prima e unica opera di grande spessore.

 

We Speak

Strenght and Sanity

Quiet Please

Moods in Free Time

Man of Words

Hazy Blues

A New Day

 

Sette brani tutti di sua composizione, eseguiti con un sestetto comprendente, fra gli altri, gli amici Max Roach e Eric Dolphy. Brani legati fra loro da un progetto unitario, una specie di suite originale, commovente, ben strutturata, anche se resta pur sempre un'opera prima. Opera che risente della giovane età dell'autore, ma che ci fa pensare a cosa, negli anni, con più esperienza, avrebbe potuto realizzare come compositore.

Il brano seguente Moods in Free Time, tratto da YouTube (problemi di connessione qui al mare non mi consentono di inserire altro), è abbastanza indicativo anche se, per apprezzare a pieno questo disco, bisognerebbe ascoltarlo tutto di seguito, partendo: «dalla tesa malinconia del primo brano, We Speak e inoltrarsi via via verso l'inevitabile, che giunge a metà dell'opera con […] Moods in Free Time e Man of Words. Dopo non siamo più a questo mondo: l'aerea dolcezza del flauto di Dolphy in A New Day non dipinge un nuovo giorno, ma un distacco ormai compiuto dalle cose terrene». ( Marcello Piras, Musica Jazz, mag. 1993, p. 53)

 


 

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Con questo spero di aver sollecitato la curiosità di chi ancora non lo conoscesse. Curiosità che può essere facilmente soddisfatta scaricando, legalmente in mp3, i suddetti brani da alcuni siti specializzati come, ad esempio, Amazon.com, ad un prezzo abbordabilissimo.


domenica, 02 agosto 2009

Diane Schuur & the Count Basie Orchestra (1987)

Proseguendo nell'ascolto di vecchi dischi lasciati da tempo in disparte e ripescati per allietare le lunghe serate estive, ieri mi è capitato di riascoltare un vecchio CD, anche questo una vera chicca, degno di essere riportato all'attenzione degli appassionati.

Il disco è Diane Schuur & the Count Basie Orchestra (GRP 9550) realizzato nel 1987.




Deedles' Blues

Caught a Touch of Your Love

Travelin' Light

I Just Found Out About Love

Travelin' Blues

I Love You porgy

You Can Have It

Only You

Everyday

We'll Be Together Again

Until I Met You

Climbing Higher Mountains


Un disco completamente diverso da quello segnalato la volta scorsa, come diverse sono le sue protagoniste. In questo caso il vero protagonista è lo swing, la vivacità; una vera festa del jazz che questa eccellente cantante ci offre, sostenuta da quella straordinaria fabbrica del ritmo che è la Count Basie orchestra, qui diretta da Frank Foster, la quale a distanza di anni dalla scomparsa del suo leader continuava a offrire prestazioni straordinarie.

Tornando alla cantante, che all'epoca, dopo anni di gavetta in Alaska, dove venne scoperta da Dizzy Gillespie, cominciava a collezionare successi (questo CD vinse un Grammy Award), è da considerarsi una delle voci più interessanti e autorevoli comparse nel panorama jazzistico negli ultimi vent'anni. Coloro che, come me, hanno avuto occasione di ascoltarla in una delle sue numerose esibizioni, anche recenti, in Italia, hanno potuto constatare che, nonostante il suo handicap (è cieca dalla nascita) emana una straordinaria vitalità, una sincera gioia di cantare.

Dotata di un'agilità e di una potenza vocale fenomenali, si trova perfettamente a suo agio con questa grande orchestra, non facendo per nulla rimpiangere i grandi vocalists, di ambo i sessi, che nel tempo in essa si sono avvicendati, e in questa occasione snocciola una serie di brani uno più bello e coinvolgente dell'altro: dai vecchi successi di Basie, come Everyday (I have the blues), o Until I Met You (noto anche come Corner Pocket), all'eccellente We'll Be Together Again, ottimo brano scritto da Frankie Laine, famosa popstar da high parade degli anni '50, considerato il capostipite degli “urlatori” e molto amato dai giovani della mia generazione.

Un disco tutto da ascoltare e facilmente reperibile a prezzo contenuto, per chi fosse interessato, anche nei vari siti di vendita specializzati.



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categorie: count basie, diane schuur
martedì, 28 luglio 2009

CEGLIEJazzOpen Festival 2009

Fra i vari festival estivi che di questi tempi animano le piazze vorrei segnalarne uno che si svolgerà a Ceglie Messapico (BR) dal 4 al 6 agosto e che avrà come tema

Nel segno del Futurismo e del Free Jazz anni '70

La manifestazione è dedicata a Mario Schiano, recentemente scomparso.

Il giorno 4 si esibirà il Gaetano Liguori
Idea Trio, uno dei gruppi storici degli anni '70, con il ritorno sulla scena, dopo tanti anni, del bassista di allora, il caro amico Roberto Del Piano, fedele frequentatore di questo blog.

Il 5 suonerà Mino Lacirignola con la Syncopated Orchestra e il 6 le Sincopatie (ospite Mike Cooper).
Il tutto sarà accompagnato da una serie di eventi collaterali (conferenze, mostre, ecc.) il cui porgramma e disponibile sul sito www.cegliejazzopenfestival.com.

Un'occasione da non perdere per gli amici che in quei giorni si troveranno in vacanza da quelle parti.
 

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