Pillole di Jazz per appassionati.(Ricordi, curiosità, recensioni, rarità discografiche, video ed affini, con particolare attenzione al JAZZ ITALIANO)
Il 14 maggio scorso è stato il 50° anniversario della scomparsa di Sidney Bechet, ricorrenza passata sotto silenzio.
Solo oggi, riascoltando il suo vecchio splendido album The Fabolous Sidney Bechet (Bleu Note 1951)

mi è tornata in mente la cosa e cerco di rimediare alla dimenticanza.
Nato nel 1897 a New Orleans è stato uno dei primi a sperimentare l'improvvisazione solistica nel jazz. Iniziò la carriera giovanissimo, come clarinettista, in alcune importanti orchestre della città culla del jazz.

Nel 1919 venne in Europa come membro di una delle prime orchestre negre (allora si diceva così!) ad attraversare l'Atlantico dopo la prima guerra mondiale: la Will Marion Cook's Southern Syncopated Orchestra.
Nel corso della tournée una sera capitò in sala il direttore d'orchestra svizzero Ernest Ansermet, fondatore della Orchestre de la Suisse Romande, una delle più importanti orchestre sinfoniche europee ed anche una delle più “moderne” per l'epoca, che aveva realizzato alcune delle prime esecuzioni di opere di Stravinsky.
Il maestro rimase particolarmente affascinato da quella musica così diversa ed innovativa e scrisse un saggio intitolato: Su di una orchestra negra, pubblicato il 1 ottobre 1919 sulla Revue Romande, che è storicamente considerato il primo saggio critico sul jazz.
In esso fra l'altro egli scriveva:
Vi è nella Southern Syncopated Orchestra uno straordinario virtuoso di clarinetto che è, sembra, il primo della sua razza ad aver composto sul clarinetto dei blues di forma compiuta. Ne ho ascoltati due che egli aveva lungamente elaborato, poi suonati ai suoi compagni perché ne potessero fare l'accompagnamento. Molto differenti erano l'uno e l'altro, altrettanto ammirevoli per la ricchezza d'invenzione, la forza d'accento, l'arditezza della novità e l'imprevisto. Essi davano già l'idea di uno stile e la forma ne era travolgente, a sbalzi, violenta, con una fine brusca e spietata come quella del secondo Concerto Brandeburghese di Bach. Voglio dire il nome di questo artista di genio, perché da parte mia non lo dimenticherò: è Sidney Bechet. [...] che cosa commovente è l'incontro di questo grande ragazzo tutto nero con denti bianchi e quella fronte stretta, il quale è ben contento che si ami ciò che egli produce, ma non sa dire nulla della sua arte se non che egli segue la sua «own way», la propria via e ciò è straordinario se si pensa che questa «own way» è forse la grande via nella quale il mondo si incamminerà domani.
Che viatico straordinario e che lungimiranza.
Nel corso di quella tournée, durante il soggiorno a Londra Bechet vide, nella vetrina di un negozio di strumenti musicali, un sassofono soprano e decise di comprarlo. Ben presto quello strumento sostituì quasi completamente il clarinetto e egli divenne il primo jazzista ad usare quello strumento.
Terminata la tournée non rientrò negli USA e si fermò a Parigi fino al 1921. Rientrato in patria suonò in diverse orchestre. Nel 1923 iniziò a collaborare con Clarence Williams, uno dei primi ad incidere, con i suoi Blue Five dischi jazz di grande successo. Fra questi meritano di essere ricordati Wild Cat Blues e Kansas City Man Blues, incisi in quello stesso anno, nei quali Bechet mette in evidenza le sue straordinarie qualità solistiche.
Di seguito propongo l'edizione dell'epoca del primo brano trovata su Youtube.
Quelle incisioni gli dettero una certa popolarità e per un breve periodo suonò anche con Duke Ellington. Nel 1925 tornò in Europa con la Black Revue nella quale debuttava Josephine Baker, girò l'intera Europa fino a Mosca.

Nel 1928 si stabilì a Parigi con la famosa orchestra di Noble Sissle. Nel 1932 tornò negli USA e si esibì ad Harlem con un proprio complesso i New Orleans Feetwarmers, ma la crisi lo costrinse per sopravvivere a dedicarsi alla professione di sarto.
Passato il periodo peggiore rientrò nell'orchestra di Noble Sissle con la quale restò fino al 1938.
Uscito dall'orchestra cominciò uno dei periodi più felici della sua carriera di cui ci restano molte storiche incisioni con Jelly Roll Morton, con Louis Armstrong, con Tommy Ladnier, ecc., ripubblicate anni fa in un bel cofanetto di 4 CD dalla Bluebird.

Di quel periodo è il famoso Really the Blues scritto da Mezz Mezzrow
e che diverrà il titolo di un libro autobiografico dello stesso Mezzrow (tradotto in italiano I primi del Jazz) molto noto fra gli appassionati.

Dopo la seconda guerra mondiale egli fu uno degli artefici di quel fenomeno che fu il New Orleans Revival, che riportò alla luce molti vecchi artisti degli anni venti scomparsi dopo il successo dello Swing. Questo revival da molti venne visto come una risposta al be-bop ed ebbe una grande successo popolare sia negli USA che in Europa.

Nel 1947 si trasferì definitivamente in Francia dove divenne uno dei beniamini del pubblico non solo francese e come ricorda Arrigo Polillo lo si vedeva e lo si ascoltava spesso: d’estate sulla Costa Azzurra (a Juan Les Pins c’era un ritrovo all’aperto, il Vieux Colombier, dove il suo sassofono soprano imperversava ogni sera), d’inverno nelle grandi città europee e soprattutto nelle caves della Rive Gauche, a Parigi. (Stasera Jazz, 1978, p.65)
Chi come me era ragazzo in quegli anni non può dimenticare lo straordinario successo del suo Petite Fleur.
Questa sua popolarità tuttavia gli inimicò molti puristi che lo ritenevano troppo commerciale, ma egli continuò a riscuotere straordinari consensi dal pubblico, come ad esempio all'Olympia nel 1955, o nei vari festival estivi della costa azzurra. Si veda questo video, di scarsa qualità ma significativo.
Se le sue esibizioni pubbliche talvolta scadevano un po' nel commerciale, per evidenti esigenze di businness, le numerose incisioni di quegli anni pubblicate quasi tutte dalla Blue Note sono invece dei veri gioielli di puro stile New Orleans, ai cui canoni principali egli rimase sempre fedele, come dimostrano questi due ultimi video con cui chiudo questo breve ricordo.
Finalmente dopo 50 anni vengono pubblicati in CD dalla casa discografica Deja Vu di Paolo Scotti i due primi storici LP del quintetto Basso Valdambrini: l'omonimo BASSO VALDAMBRINI QUINTET del 1959 e BASSO VALDAMBRINI plus DINO PIANA del 1960.
I due dischi vengono presentati in una gradevole confezione cartonata che riproduce esattamente le copertine dell'epoca.
Gianni Basso (sax tenore e clarino, 1931) e Oscar Valdambrini (tromba, 1924-1996), due “Giganti del Jazz Italiano”, entrambi piemontesi, hanno iniziato la loro lunga e felice collaborazione nei primi anni '50, militando insieme in vari contesti, fra i quali l'orchestra di Armando Trovajoli, raggiungendo uno straordinario affiatamento. Nel 1955 furono fra i fondatori del Sestetto Italiano, primo storico gruppo nazionale che si ispirava alle novità jazzistiche provenienti d'oltreoceano e che comprendeva anche Attilio Donadio al sax alto, Giampiero Boneschi al piano, Berto Pisano al basso e Rodolfo Bonetto alla batteria.

Nel 1956 quel gruppo prese parte al 1°Festival del jazz di Sanremo, ma nella stessa serata i due presentarono anche un quintetto a loro nome, costituito per l'occasione e che comprendeva Renato Angiolini al piano, Berto Pisano al basso e Gil Cuppini alla batteria, una specie di antesignano del futuro gruppo stabile.
Nel 1958 si esibirono nuovamente in quintetto a Sanremo con Enrico Intra al piano per Angelini.
I due dal 1956 suonavano stabilmente, con varie formazioni, anche alla Taverna Messicana di Milano, luogo di ritrovo di tutti i jazzisti italiani e stranieri di passaggio nel capoluogo lombardo. Nella foto seguente li vediamo nel novembre del 1958 assieme a Billie Holiday con il gruppo del momento, comprendente ancora Intra al piano (di lì a poco sostituito da Renato Sellani), Giorgio Azzolini al basso e Gianni Cazzola alla batteria. La cantante era stata accompagnata nel locale da alcuni ammiratori per farle dimenticare i fischi della infelice esibizione al teatro Smeraldo.
Da sinistra a destra Intra, Valdambrini, la Holiday, Azzolini, Basso e Cazzola
Nel febbraio del 1959 il quintetto poté finalmente entrare in sala d'incisione per realizzare il primo LP a proprio nome.


La formazione aveva raggiunto un livello qualitativo eccellente, il risultato fu di altissimo livello e l'album riscosse un ampio successo di critica e venne pubblicato anche negli USA. Ascoltandolo oggi se ne trae ancora una indescrivibile emozione e non sembra assolutamente che siano trascorsi 50 anni.
L'anno seguente il gruppo tornò in sala d'incisione rinforzato dal trombonista Dino Piana, recente rivelazione del concorso radiofonico La Coppa del Jazz.


Fu un connubio straordinariamente felice e mise definitivamente in luce colui che era destinato a divenire il miglior trombonista italiano di jazz moderno. Anche questo secondo album è da considerarsi una vera e propria perla nel panorama discografico di quegli anni, e la sua ripubblicazione non può che essere accolta con grande piacere.
Trent'anni dopo, nel 1990, per celebrare questo prima felice incontro il gruppo si riunì per esibirsi nuovamente in diverse città italiane. In tale occasione Lino Patruno realizzò delle interviste con alcuni dei protagonisti, completate dall'esecuzione da parte del sestetto del classico brano di Gerry Mulligan Bernie's Tune, e che possono essere viste di seguito, grazie alla cortesia del maestro Patruno, che mi ha autorizzato ad utilizzarle.


Il prossimo 10 maggio ricorre il 20° anniversario della scomparsa di Woody Shaw (1944-1989), brillante e talentuoso trombettista della generazione post-davisiana, morto all'età di 44 anni, nel pieno della maturazione artistica, per i postumi di un misterioso incidente nella metropolitana di Brooklyn. Era inspiegabilmente caduto sulle rotaie ed era stato investito da un treno, cosa che aveva costretto i medici ad amputargli un braccio.
Era nato nella Carolina del Nord la vigilia di Natale del 1944 in una famiglia di appassionati di jazz. Il suo nome completo era Woody Herman Shaw, in onore del grande bandleader. Poco dopo la sua nascita la famiglia si trasferì a Newark, cittadina alla periferia di New York, una specie di ghetto nero, dove Woody crebbe in uno stato di emarginazione, ma dove poté anche ascoltare tanto jazz.
All'età di 12 anni cominciò a studiare la tromba e ben presto il suo innegabile talento lo portò a suonare con diverse orchestre locali. Nel 1963, finalmente, venne notato da Eric Dolphy che lo volle nel suo gruppo, per prendere il posto che era stato di Booker Little e poi di Freddie Hubbard e prese parte alle sedute d'incisione di due famosi album: Iron Man (Celluloid 1963)

e Music Matador (Affinity 1963)
Dopo l'improvvisa morte di Dolphy, avvenuta l'anno successivo, si trasferì a Parigi dove ebbe modo di suonare con diversi noti jazzisti che si erano stabiliti in loco.
Rientrato in patria collaborò con numerosi importanti musicisti fra i quali merita ricordare Horace Silver, con cui realizzò il bellissimo Cape Verdean Blues (Blue Note 1965)

e poi Chick Corea con cui registrò un altro famoso album: Inner Space (Atlantic 1966),

ma solo nel 1968 entrò a far parte stabilmente di un gruppo, quello di McCoy Tyner con il quale registrò anche Expansions (Blue Note 1968).

Le precedenti esperienze e la frequentazione di Tyner lo avevano notevolmente maturato, portandolo sempre più a trovare una propria cifra stilistica.
Nel 1970 incise il primo album a suo nome per la Contemporary: Blackstone Legacy.

Il disco venne accolto favorevolmente dalla critica e la rivista Down Beat, lo premiò come «talento degno di maggior riconoscimento» fra i trombettisti, grazie ad un referendum fra i critici di tutto il mondo.
Due anni dopo uscì il secondo album a suo nome Song of Songs (Contemporary 1972) con il quale cominciava ad allontanarsi dagli schemi dell'hard-bop.

Nello stesso anno entrò a far parte dei Jazz Messengers di Art Blakey dove sostituì Freddie Hubbard. (Su questo storico gruppo vds. qui) .
Con Blakey incise diversi album e la sua presenza dette nuova vitalità a quel gruppo che ormai cominciava e perdere smalto. Il critico Giuseppe Piacentino definisce il suo contributo al gruppo come «una vibrante presenza tale da fargli sfiorare la perfezione in ogni assolo».
Quando nel 1973 Woody lasciò il gruppo aveva quasi 29 anni e la sua fase formativa era ormai giunta a conclusione.
Nel 1975 un nuovo album a suo nome Moontrane per la Muse ottenne grandi consensi, e ancora oggi viene considerato uno dei più importanti della sua ampia discografia.

Le qualità stilistiche di Woody attirarono l'attenzione di Miles Davis, che in quegli anni si era ritirato dalle scene per motivi di salute e che dirà di lui: «oggi c'è un grande trombettista capace di suonare in modo differente da chiunque», e lo segnalerà alla casa discografica Columbia, che lo mise sotto contratto.
Anche Dizzy Gillespie espresse la propria ammirazione nei suoi confronti: «Woody Shaw è una delle voci del futuro, anzi del presente! Ha qualcosa di diverso, qualcosa di unico da offrire».
Il breve video che propongo è più o meno di quel periodo e da un'idea del modo di suonare di Woody. Girato durante una sua tournée in Italia nel 1979 è tratto dal sito www.woodyshaw.com dedicato al trombettista e nel quale è possibile trovare vari video e files musicali.
Negli anni '80 è ormai pienamente affermato. Incide numerosi dischi a suo nome, almeno una decina, più altrettante collaborazioni con diversi artisti da Antony Braxton a Freddie Hubbard, da Mal Waldron a Kenny Garrett, ecc..
Il video seguente lo vede ospite di Freddie Hubbard in un concerto a Berlino nel 1985, in cui esegue una ballad di sua composizione (il video è tratto dalla vasta collezione dell'amico brasiliano Pedro Mendes).
Infine concludo questa breve rassegna con un altro video del 1985 dalla Town Hall di New York, in cui suona con Jackie McLean al sax, McCoy Tyner al piano, Cecil McBee al basso e Jack DeJohnette alla batteria.
Dopo Oscar Peterson oggi propongo, tratto dalla mia collezione, un breve filmato di un altro mostro sacro del piano jazz: Count Basie. Una vera chicca per appassionati.
Nel luglio 1977 a Montreux, durante una pausa di una delle numerose All Stars Jam Sessions, messe insieme da Norman Granz per quella storica edizione del Festival, immortalata anche in un cofanetto comprendente ben 8 LP,
Basie e Ray Brown, sostenuti discretamente alla batteria da Jimmie Smith, si divertirono a improvvisare un blues, battezzato poi Trio Blues, apprezzato vivamente dal pubblico.
Si intravedono, mentre assistono compiaciuti, gli altri membri della All Stars: Zoot Sims, di spalle appoggiato al piano, Benny Carter con una vistosa giacca a quadri, Roy Eldridge, Al Grey e Vicky Dickenson.
Buona visione!
All'epoca di questa storia avevo circa vent'anni e il mio interesse per il jazz era marginale. Ascoltavo con piacere Glenn Miller, Benny Goodman, Frank Sinatra con Tommy Dorsey, ma, non possedendo un giradischi, il tutto si limitava alla radio ed al cinema, dove non mi perdevo i vari film musicali da Cantando sotto la pioggia a Un americano a Parigi, ecc..
In una fredda sera d'inverno di una cinquantina d'anni fa, nel cortile di una caserma nel Nord-Italia, avvenne l'incontro che trasformò la mia vita di fruitore di musica. Quella sera non ero andato in libera uscita e passeggiavo nel cortile, fumando e pensando a casa e alla mia ragazza (quella che dopo 50 anni è ancora qui con me), quando vidi un caro amico che rientrava con una grossa busta di un noto negozio di dischi.
Incuriosito gli chiesi di mostrarmi gli acquisti, pensando che tirasse fuori Elvis Presley o cose simili e invece mi mostrò un LP intitolato Charlie Parker plays Cole Porter.
Il nome di Cole Porter non mi era nuovo, sapevo che aveva scritto tante belle canzoni, ma quel Charlie Parker non sapevo proprio chi fosse e gli chiesi «Chi è? Uno nuovo? Canta bene, meglio di Frank Sinatra?» «Non conosci Charlie Parker? Il più grande sassofonista di tutti i tempi!»
«Mai sentito nominare. A malapena distinguo un clarinetto da un sassofono».
«Non sai cosa ti perdi! È morto qualche anno fa a soli trentaquattro anni ed ormai è diventato un mito per il mondo del jazz».
A quel punto si innescò in me una incontenibile curiosità.
«Ok, vediamo se c'è don Lino, così me lo fai ascoltare».
L'unico giradischi della caserma era nell'ufficio del cappellano, che lo metteva a disposizione di tutti. Don Lino ci aprì e sorridendo, come suo solito, ci fece entrare. All'inizio ascoltando quella strana musica rimasi sconcertato, guardavo il mio amico con aria interrogativa e fra me pensavo «che roba è questa?».
Poi iniziò Love for sale, un brano che avevo già ascoltato in versione diversa, e cominciai ad entrare nel meccanismo. Man mano che quel sassofono dal suono così particolare continuava a inanellare sequenze di note sentivo un brivido leggero corrermi lungo la schiena, mai prima di allora della musica mi aveva fatto quell'effetto. Il brano successivo: I love Paris, confermò quello stato di eccitazione e capii di aver scoperto un mondo nuovo che non conoscevo.
Solo anni dopo seppi che quei due brani erano gli ultimi che Parker aveva registrato in studio, il 10 dicembre 1954, poche settimane prima della crisi che di lì a poco, il 12 marzo 1955, lo avrebbe portato alla morte. Erano il suo canto del cigno.
Da allora ho cominciato ad avvicinarmi gradualmente al jazz, partendo da Charlie Parker che per anni fu il mio punto di riferimento e allargando lo spettro sono arrivato a Miles Davis, a Bud Powell, a Coleman Hawkins e via via così negli anni, fino a fare di questa musica il mio principale interesse “non lavorativo”.
Chiudo queste note con un video che ci mostra Parker in una breve esibizione filmata, una delle poche in circolazione.
N.B. prima di far partire il filmato stoppare il player sopra, altrimenti la musica si accavalla.